Lo sappiamo tutti. La tv italiana è così scadente che rifugiarsi sul digitale terrestre e su Sky è diventata quasi una necessità. Ma c’è qualcosa che, nonostante tutto, sfugge al piattume della televisione generalista: Don Matteo. Un vero e proprio “miracolo” catodico dalle tante ingenuità, ma dagli infiniti pregi.

A scanso di equivoci chiariamo subito un punto: chi scrive apprezza sinceramente la fiction Don Matteo, ritenendola una delle cose migliori prodotte attualmente dalla tv italiana.

Il punto, come vedremo in seguito, non è questo. Ma andiamo per ordine. Per coloro, sicuramente pochi, che non hanno mai visto una puntata di questo serial televisivo, Don Matteo è una fiction, nata dal’apprezzato sceneggiatore di commedie Enrico Oldoini, trasmessa da RaiUno sin dal lontano 1999. Come è facile da intuirsi, il protagonista è Don Matteo, al secolo Terence Hill, parroco di Gubbio e investigatore nel tempo libero. Tra una Santa Messa e l’altra, infatti, il nostro si diletta ad aiutare, più o meno ufficiosamente, nella risoluzione dei casi, il Maresciallo Cecchini, interpretato dal simpatico Nino Frassica. A completare il cast, tutta una serie di comprimari tra i quali spiccano il ruolo del “burbero, ma in fondo buono” Capitano dei Carabinieri (interpretato da Insinna per 5 stagioni e nella sesta da Simone Montedori); quello della perpetua Natalina (Natalie Guettà); del sagrestano Pippo (Francesco Scali) e, nell’ultima serie, quello di Suor Maria, interpretata dalla bella Astra Lanz.

La serie è un riuscito mix di vari generi televisivi: c’è il poliziesco con gli gli omicidi e i casi da risolvere, c’è la sit-com con la vita in canonica di Natalina, Pippo e il bambino di turno, c’è anche un pizzico di soap-opera, con le vicissitudini sentimentali del bel Capitano (che si tratti del Capitano Anceschi o Tommasi è praticamente ininfluente). Il tutto si svolge in un’atmosfera molto calda e familiare, in una Gubbio dove tutti si conoscono e i sani valori dell’Italia di una volta insieme ai buoni sentimenti sono la regola mentre i fatti sanguinosi l’eccezione. Ma neanche tanto. Gli assassini, i “cattivi” di Don Matteo solo raramente sono delle persone malvage. Nella stragrande maggioranza dei casi (si parla di percentuali vicine al 98%) l’assassino è tale solo per un momento di umana debolezza, per uno scatto d’ira se non per un incidente. La sua reale colpa è spesso quella di non aver confessato per paura e di non essere stato capace di perdonarsi. A questo, ovviamente, pensa Don Matteo, che , scoperto l’assassino, riesce sempre a farlo confessare, tra i singhiozzi di un pianto liberatorio, poco prima dell’arrivo dei Carabinieri. Questo è un po’ il marchio di fabbrica di questa, ripeto, riuscitissima, fiction: la ripetitività di uno schema collaudato. Ogni puntata, infatti, segue un canovaccio standard:

  • Fase I: Ogni episodio inizia solitamente con l’introduzione delle sottotrame secondarie (i rapporti tra Maresciallo-Capitano, la vita dei personaggi della canonica e la storia d’amore in evoluzione). La musica è allegra e frizzante, con toni da marcetta comica con l’entrata in scena del Maresciallo e del Capitano.
  • Fase II: Viene presentato il caso giallo della puntata. La scena è confusa, la telecamera indugia poco sui volti, spesso si tratta di sequenze in notturna. La musica diventa cupa e incalzante per alzare la tensione.
  • Fase III: I Carabinieri trovano delle prime prove che sembrano incastrare clamorosamente qualcuno. Il tizio o la tizia vengono arrestati immediatamente. Don Matteo crede all’innocenza del personaggio in questione. Nel frattempo il Capitano si lamenta con Cecchini per la presenza del “prete che si impiccia di affari che non lo riguardano”.
  • Fase IV: Evoluzione delle sottotrame. In questa fase Don Matteo chiacchera con vari personaggi legati alla scena del delitto (spesso anche con l’accusato in carcere). A seguito di questi colloqui vi è solitamente una partita di scacchi tra il sacerdote e il Maresciallo Cecchini, durante la quale Don Matteo consiglia il carabiniere quale strada battere. La scena finisce con lo “scacco matto” di Don Matteo.
  • Fase V: Don Matteo grazie ad un piccolo particolare riesce a capire tutto e va a trovare il reo. Nel frattempo anche i Carabinieri risolvono il caso e si mettono in marcia (per sottolineare che sarebbero arrivati anche loro alla soluzione senza aiuti). Don Matteo va a trovare il colpevole, che all’inizio nega, ma dopo essere stato incastrato dalla spiegazione del sacerdote, scoppia in un pianto liberatorio. E’ questo il momento delle citazioni di stampo religioso. La musica diventa d’un tratto dolce e il sacerdote dagli occhi azzurri cita qualche bellissima frase (Santa Caterina, Giovanni Paolo II e il Vangelo sono quelle più ricorrenti) per consolare il colpevole. In questo esatto momento entrano solitamente i Carabinieri che, umanamente, senza abusare del loro potere, invitano gentilmente l’assassino a seguirli in Caserma.
  • Fase VI: Le sottotrame si chiudono. L’aria è scanzonata, spesso si è di fronte ad una tavola imbandita. C’è una chiaccherata informale tra Don Matteo e qualcuno legato all’omicidio. C’è ancora tempo per qualche scenetta tra il Maresciallo e il Capitano, qualche battuta comica di Natalina e Pippo. L’ultima parola è di Don Matteo. Fine.

Questo essenzialmente per 120 episodi divisi in 6 stagioni. Ma non lasciatevi trarre in inganno. Don Matteo non annoia. E’ una delle poche fiction che riescono a mantenere la propria freschezza in ogni episodio, anche ad anni dalla prima messa in onda. Ve lo ripeto, chi scrive, pur non essendo un fan sfegatato della serie, ne è un sincero estimatore. Nonostante le ingenuità, che sono, onestamente tante, e non riguardano soltanto la trama “standard”.

Vogliamo, per esempio, ricordare che ogni ragazza che appare nella serie sia sempre una gran bella figliola? Ragazzi qua bisogna per forza andare a vivere a Gubbio: non c’è figlia, sorella, fidanzata, segretaria, giovane avvocatessa, sindaco, studentessa, infermiera che non possa aspirare ad essere una nuova velina o miss Italia. Senza parlare poi delle dimensioni di Gubbio: cittadina o megalopoli? Mi spiego. Don Matteo mostra di conoscere molto bene i vari indagati di ogni puntata, personaggi di contorno inclusi. Ma, come per magia, essi non si rivedono più durante la serie, sparendo nel nulla. Eppure dovrebbe trattarsi di una comunità raccolta. E i delitti? Praticamente ce ne sono più a Gubbio che a New York. Ma quanto è grande questa Gubbio? Altro piccolo “peccato” di ingenuità è il voler mantenere il cast sempre uguale a sè stesso. In canonica devono esserci per forza Don Matteo, Pippo, Natalina e un bambino (che ovviamente aggiunge il tocco di tenerezza alla serie). Quindi, qualsiasi cosa succeda, il bambino deve esserci: in 6 stagioni ne abbiamo visti ben 3 diversi e tutti scelti sencondo la diabetica logica del “politically correct”: per le prime 3 stagioni abbiamo Nerino, tipico bambino, discolo, ma affettuoso; durante la quarta stagione lo sostituisce la “piccola Camilla”, una bambina discola, ma affettuosa, che a sua volta, dalla quinta stagione viene sostituita dal “piccolo Tommaso”, bambino di colore, che, con stupore di tutti, interpreta il ruolo del bambino discolo, ma affettuoso…

Non bisogna essere troppo severi però, in fondo, anche negli USA è difficile trovare un prodotto che sfugga alla tentazione del ripetere, finchè possibile, una formula vincente, con il rischio di vere e proprie voragini nella scenggiatura. In più non è da trascurare il tipico approccio italiano alle serializzazioni. Gli stessi fumetti italiani (penso alla Bonelli con i suoi Tex, Dylan Dog e Nathan Never), al contrario di quelli made in USA, non presentano delle trame, degli universi in evoluzione, ma tendono a riproporre, mantenendone alta la qualità, sempre la stessa tipologia di storie. Quindi c’è più di un motivo per “perdonare” la ripetitività di Don Matteo, che è da ritenersi uno dei pochi esempi buoni di fiction televisiva made in Italy.

Il punto, come anticipato ad inzio articolo, è un altro: Don Matteo è una splendida serie televisiva, ma la sua collocazione negli USA sarebbe nella fascia dedicata alla tv per ragazzi, mentre in Italia è una fiction da prima serata nel primo canale nazionale. Diciamoci la verità, Don Matteo è oggi, quello che Zorro era negli anni ’60 (ci sarebbe pure l’analogia Sergente Garcia-Maresciallo CecchinI!), con la differenza che Zorro andava in onda alle 4 di pomeriggio…Per quanto sia piacevole da vedere, la fiction ideata da Enrico Oldoini, rimane sostanzialmente un prodotto per ragazzi in puro stile “romanzo dell’800”. Infatti ne ha tutte le caratteristiche: l’avventura e la suspance all’acqua di rose, il lato divertente, quello vagamente romantico e quello, predominante, educativo, con la trinità di valori Patria, Famiglia, Chiesa, incarnati rispettivamente dai Carabinieri, dalla famiglia del Maresciallo Cecchini e da Don Matteo. Un po’ Libro Cuore, un po’ Pinocchio…

Niente da dire ovviamente, in questa società dove il Relativismo avanza, qualcuno che ci ricordi i valori sui quali si è basata la nostra Nazione è sempre il benvenuto. Ma la domanda è: come è possibile che in Italia non si possa osare di più in prima serata?

Forse, però, stiamo esagerando. Don Matteo è confezionata così bene, nella sua ingenua semplicità, che ha meritato sul campo, la promozione in prima serata: questo grazie alla buona regia e al suo fantastico cast. Ragazzi parliamo di Terence Hill, un vero e proprio mito, una star internazionale, uno dei pochi superstiti del Cinema Italiano, quello vero. Non quello attuale fatto di beceri film-panettone e pacchi intimo-esistenzialisti.

Di seguito vi riportiamo la sigla iniziale della sesta stagione di Don Matteo, e l’irriverente parodia “Don Babbeo” messa in scena nel geniale programma “Mai Dire Lunedì”.