Molti di voi, almeno i più giovani, forse non sanno neanche di cosa stia parlando. Non vi preoccupate, spiego subito: sto parlando di Non è la Rai, la trasmissione, tanto in voga nella prima metà degli anni ’90, condotta da ragazze adolescenti ed esclusivamente  fatta di giochini scemi e canzoni cantate in blayback (da voci appartenenti a persone diverse rispetto a chi appariva sullo schermo). Questo crogiuolo di creatività televisiva “made in Boncompagni” era stato, in realtà,  originariamente previsto come versione “Mediaset/Finivest” dei classici programmi mattutini della Bonaccorti/Carrà degli anni ’80 (quelli dei “Quanti fagioli ci sono nella damigiana?” per capirci). Ciò è così vero che la prima edizione venne proprio condotta dalla brava e, perchè no, pure bella (massì! n.d.r.) Enrica Bonaccorti e, la seconda, nientepocodimenoche da un esordiente Paolo Bonolis.

I due conduttori convenzionali, però, vennero tosto messi da parte (Bonolis si ridusse a fare le telepromozioni del Sega Megadrive) per lasciare definitivamente spazio alle scatenate teen-agers, vera e propria anima della trasmissione. Nel passaggio di formula il programma ricevette anche una diversa collocazione, passando dalla mattinata di Canale 5 al primo pomeriggio di Italia 1 (la tv giovane per antonomasia). Nacque così la Non è la Rai che molti oggi ancora ricordano.

Vi premetto subito che non sono mai stato un fan della trasmissione, pur avendola guardata (mai per intero però), svariate volte. Nonostante per me, liceale pseudo intellettualoide degli anni ’90, Non è la Rai fosse il segno del decadimento della civiltà occidentale, devo ammettere di aver ceduto più di una volta al fascino della “moda del momento”. I giochini scemi, le canzoni farlocche, le telefonate nell’onanista di turno, il fascino di una trasmissione quasi totalmente in diretta (al contrario di quelle di oggi spesso registrate e spacciate per LIVE),  esercitavano anche sul sottoscritto un certo “appeal”. Ovviamente, tengo a precisarlo di fronte al mio notaio, niente a che vedere con l’atteggiamento di certi miei coetanei che stavano 2 ore piantati di fronte alla tv sognando quella o quell’altra ragazza.

Come già detto, raramente mi fermavo a guardare l’intera trasmissione (anche perchè, ai tempi, i compiti lasciati per casa erano “‘na botta de niente”), ma c’era un momento che aveva un potere quasi ipnotico su me e su moltissimi altri giovincelli dell’epoca: la sigla finale! Ve la ricordate? Quanto durava? 12 ore? Una interminabile serie di balletti, tuffi  e smorfiette di  ragazzine scatenate, culminata, spesso,  dal bagno in piscina di un triste figuro vestito da poliziotto americano (rimasto immobile e con le braccia conserte fino a quel momento).

Mai vista una sigla di chiusura più lunga…In essa erano concentrati tutto l’esibizionismo e i sogni di cartapesta dei ragazzi degli anni ’90. Sogni sia femminili (di avere successo in TV e di essere ragazze belle e popolari tra i coetanei), sia maschili (di avere tra le mani una di queste gallinelle). Una curiosità: all’epoca, tutti, specialmente le fanciulle, negavano tassativamente di aver mai guardato il programma, salvo poi vederle alle feste ballare con le stesse identiche mossette…Eh già! Nonostante tutto, però, mi sento di puntualizzare una cosa: ai tempi pensavo, e non ero sicuramente il solo, che questa trasmissione fosse il trash massimo raggiungibile. Oggi, paragonato a Uomini e Donne della De Filippi, Non è la Rai è quasi un programma educativo.

Ecco a voi la sigla (senza il poliziotto similamericano che si tuffa vestito però):